Lo Straniero di Albert Camus

Nell’edizione Bompiani, il libro viene presentato così: pubblicato nel 1942, Lo straniero è un classico della letteratura contemporanea. Protagonista è Meursault, un modesto impiegato che vive ad Algeri in uno stato di indifferenza, di estraneità a se stesso e al mondo. Un giorno, dopo un litigio, inesplicabilmente Meursault uccide un arabo. Viene arrestato e si consegna, del tutto impassibile, alle inevitabili conseguenze del fatto – il processo e la condanna a morte- senza cercare giustificazioni, difese o menzogne. Meursault è un eroe “assurdo”, e la sua lucida coscienza del reale gli permette di giungere attraverso una logica esasperata alla verità di essere e di sentire. E ancora, nell’introduzione di Roberto Saviano, questa breve descrizione: Meursault è un impiegato di origini francesi che vive ad Algeri. Ci viene presentato quando apprende la notizia della morte dell’anziana madre, e sin dal principio anche noi siamo vittime di un sentimento cui non riusciamo ancora a dare un nome: siamo straniati dalla impassibilità di Meursault. Non ci piace Meursault, è apatico. È tanto diverso da come noi immaginiamo noi stessi. Poi in un caldo pomeriggio avviene la nostra separazione definitiva dal personaggio, mentre cammina sulla spiaggia, sole negli occhi, ha uno scontro con un arabo e nella colluttazione gli spara, uccidendolo. Meursault viene arrestato e non cerca giustificazioni. Viene condannato a morte e non cerca conforto nella religione. Tutt’altro, negli ultimi momenti della sua vita ragiona su quanto tutto sia assurdo, su quanto l’universo sia insensibile e indifferente verso l’umanità. L’unica consolazione si trova forse nel destino comune.

Al termine della lettura, rileggo la presentazione: mi sembra di aver letto un altro libro. Per questo decido di approfondire.

Il titolo originale dell’opera è L’Etranger. E’ stato tradotto con Lo Straniero. Il termine “straniero” etimologicamente è legato al termine “estraneo”. La particella “stra-“ di parole quali “stra-niero”, “estra-neo”, “stra-no”, “stra-niante” derivano dalla forma latina che indica ciò che sta fuori in senso fisico, rispetto a ciò che sta dentro.

Albert Camus nacque nel 1913 in Algeria. Francese in Algeria. Francese che vive tra francesi d’oltremare. Francese che vive tra arabi. Francese che vive tra arabi che percepiscono le sue origini europee come un privilegio; eppure francese che proviene da una famiglia umile, di lavoratori. Camus nella sua vita si sentirà straniero sempre e per tutti. Lo straniero.

C’è dell’altro nella sua biografia. Camus nacque dall’amore di una madre che non sapeva leggere e scrivere e da un padre che conobbe solo in fotografia. Sua madre faceva le pulizie mentre suo padre, operaio in una cantina agricola, ferito durante la battaglia della Marne, morì con “il cranio aperto. Cieco e agonizzante durante una settimana […]”(“L’Envers et l’Endroit”, Il Rovescio e il Diritto 1938) servendo “un paese che non era suo”. Camus scrisse nella prefazione di 1958 “Solo col silenzio, col riserbo, con la naturale e sobria fierezza, questa famiglia che non sapeva nemmeno leggere, m’ha dato allora le lezioni più alte, che durano sempre”.  Il piccolo Albert crebbe con la madre affettuosa che parlava poco e il fratello maggiore Lucien ad Algeri nel quartiere popolare di Belcourt. Scriverà più tardi: “Non ho imparato la libertà da Marx. Ѐ vero: l’ho imparata dalla miseria”. Notato dal suo istitutore, Louis Germain e incoraggiato a leggere dallo zio macellaio appassionato di letteratura, Albert ottenne una borsa che gli permise di seguire studi superiori e poi universitari. Con il ruolo di portiere, fece parte della squadra di calcio “tanto amata” del Racing universitario di Algeri. Quando aveva appena 17 anni, nel 1930, Camus contrasse la tubercolosi. La malattia non gli permise di scegliere la carriera del calciatore. Gli impedì di passare il concorso per diventare insegnante di ruolo nella scuola superiore e all’università. Un suo grande desiderio. E nel 1939, ancora per la malattia, il suo arruolamento venne rifiutato.

Scrisse L’Etranger in quegli anni. L’estraneo. Forse avrei scelto questo titolo per il libro. Forse era così che Camus intendeva il suo Meursault.

Vi chiederei ora di rileggere il libro alla luce delle note biografiche, ripensando a quella indifferenza come alla necessità di vivere le proprie emozioni come qualcosa di estraneo, il mondo interno come terra straniera. Per non soffrire, per sopravvivere. Senso di estraneità, essere stranieri. Torniamo al significato etimologico di queste due parole, dall’opposizione marcata e netta tra ciò che sta dentro e ciò che sta fuori. Ogni evento o persona che minaccia i nostri confini suscita in noi paura.  Mi sembra che l’indifferenza di Meursault/Camus in realtà rappresenti il tentativo di mettere fuori quelle emozioni che rischiano di far soffrire quando la vita non va come dovrebbe. Quando alcune circostanze del tutto casuali, ti costringono a rivedere tutto: la vita senza un padre, la malattia che ti toglie ogni possibilità, i tuoi desideri.

Non ho provato antipatia per Meursault, mi ha disorientato all’inizio. Ma grazie allo stile e alla scrittura di Camus è possibile sentire tutte le emozioni che lui non si può permettere, che non vuole sentire: le trovi nelle descrizioni, tra le righe, nei profumi appena accennati, negli odori, nei rumori. Le trovi quando al funerale della madre, in presenza di una donna che piange, l’unico suo pensiero: avrei voluto non sentirla più. Non è indifferenza. Ti trovi ad emozionarti quando descrive il rapporto con Marie, la donna che lo vorrebbe sposare: ne descrive i gesti, i profumi, alcuni dettagli dell’abito, dello sguardo. Lo spostamento sui dettagli, sulle cose inanimate, sulle sensazioni del corpo forse un modo per non entrare in contatto con le parti più umane, più emozionanti. Che legano. E che rischiano di far soffrire.

L’uccisione dell’arabo arriva quando le cose che succedono sono belle, piacevoli, quasi desiderate: Ho capito che avevo distrutto l’equilibrio del giorno, il silenzio eccezionale di una spiaggia dov’ero stato felice. Allora ho sparato altre quattro volte su un corpo inerte nel quale le pallottole si conficcavano senza lasciare traccia. Ed è stato come se bussassi quattro volte alla porta dell’infelicità.

Quel gesto non è assurdo, Meursault non è un eroe “assurdo”. Quel gesto accade, ma non per caso: credo che abbia a che fare con il disperato e inconsapevole terrore della propria felicità. Farsi responsabile della propria infelicità per non trovarsi impreparato, ancora una volta, smentito dalla vita.

Ed è proprio durante la sua prigionia che Meursault entra in contatto con le sue emozioni, con il suo sentire ed è grazie alla scrittura di Camus che ci arriva tutta quella intensità: uscendo dal palazzo di giustizia per salire sul cellulare, ho riconosciuto per un breve istante l’odore e il colore delle sere d’estate. Dall’oscurità della mia prigione mobile ho ritrovato a uno a uno, come dal fondo della mia stanchezza, tutti i suoni familiari di una città che amavo e di un’ora in cui mi capitava di sentirmi contento. Il richiamo degli strilloni nell’aria già distesa, gli ultimi uccelli nei giardini, il grido dei venditori di sandwich, il lamento dei tram sui tornanti della città alta e quel rumore del cielo prima che la notte si rovesci sul porto: tutto ciò ricomponeva per me un itinerario da cieco che mi era ben noto prima di entrare in prigione. Sì era proprio l’ora in cui, tanto tempo fa, mi sentivo contento. Ad attendermi, all’epoca, era sempre un sonno leggero e senza sogni. E tuttavia qualcosa era cambiato, poiché, con l’attesa dell’indomani, quella che ho ritrovato è stata la mia cella. Come se i percorsi familiari tracciati nei cieli d’estate potessero portare tanto alle prigioni quanto ai sonni innocenti.

Non ci sono altre parole. Un libro da leggere. Nel proprio sentire si raggiungere la completezza.

Stava lavorando su un grande racconto autobiografico Le Premier Homme (Il primo uomo incompiuto, 1994) quando Albert Camus morì il 4 gennaio 1960 in un incidente d’auto guidato dal suo editore Michel Gallimard. In tasca aveva un biglietto ferroviario non utilizzato: si crede avesse pensato di compiere quel viaggio in treno, cambiando idea solo all’ultimo momento. André Malraux gli aveva appena proposto di prendere la direzione di un teatro parigino che avrebbe chiamato Nouveau théatre (Nuovo Teatro).

Il segnalibro: “Era ricoperto di pietre giallastre e di asfodeli bianchissimi sul blu già intenso del cielo

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Lo Straniero di Albert Camusultima modifica: 2020-02-10T23:19:04+01:00da ilibridisilvia
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